Considerazioni, tra il serio e il faceto, sul perché e sul come osservare il Sole da malati, cioè con occhi diversi da quelli della sana gente comune.

di Mario Gatti
Questa è una storia che parte da lontano. Quand’ero bambino, quindi circa quattro cicli solari fa (fermi, non smettete subito di leggere dandomi del matto, abbiate fiducia e proseguite… perché vuol dire più o meno quasi mezzo secolo fa), mio padre mi regalò un libro di astronomia, o meglio di divulgazione astronomica, come diremmo giustamente noi oggi.
Tra le tante cose belle che erano scritte, disegnate e (più raramente) riprodotte fotograficamente in quel libro, quella che mi colpì di più fu un disegno che illustrava la cosiddetta “teoria del sigaro”, cioè il fatto che le dimensioni dei pianeti del sistema solare prima aumentano, fino alla Terra e (quasi) a Marte, poi ancora di più verso i giganti gassosi Giove e Saturno, anche se allora nessuno azzardava nemmeno l’idea che non fossero solidi, per poi tornare a diminuire verso quelli più esterni, Urano, Nettuno e infine il povero Plutone, allora considerato pianeta a tutti gli effetti e ora ridotto a semplice intruso del nostro bel sistema. Quell’immagine mi affascinava nel suo insieme, ma ciò che colpì più di tutto l’immaginazione di quello che allora era un bambino di circa sette anni era quella cosa disegnata al centro del sistema: un globo arancione circondato da un’aura gialla e tanti effetti speciali, realizzati magistralmente da colui che fece quel disegno tanto artistico quanto, probabilmente, più vicino alla realtà molto più di quanto lui stesso immaginasse. Insomma, di tutta la compagnia quello che io avevo notato più di ogni altro era lui, il Sole. Ma la cosa passò e si fermò lì, se non per il fatto di aver acceso nella mia mente un interesse e una passione che si sarebbero poi risvegliati diversi anni più tardi.
Da allora tutto quello che riguarda il cielo, le stelle, i pianeti e altra mercanzia del genere mi ha sempre affascinato e interessato, ma il germe della malattia che mi avrebbe colpito molto dopo era ancora in incubazione e non mostrava alcun sintomo. Molti anni dopo, anni di sacrifici, di fatica e di studi che mi hanno portato a capire (forse, ma non ne sono poi così sicuro) tante cose in più di quello che vedevo su quel disegno tanto tempo prima, mettendo da parte un po’ alla volta i quattrini necessari (tanti, per quel tempo), feci il grande passo e mi comprai un binocolo astronomico 20x80 con un supporto stativo che pesava diversi chili ma assicurava una grande facilità di puntamento e di utilizzo dello strumento e soprattutto una grande stabilità. La prima volta che lo puntai verso il cielo fu per vedere Saturno, e rimasi incredulo nel riuscire a vederne gli anelli, cosa che non avrei mai creduto possibile senza un telescopio “vero”. E da allora via, chi più ne aveva ne metteva: Giove e i suoi satelliti galileiani, con la loro danza frenetica intorno al gigante, molti e begli oggetti deep sky, davvero più intuibili che realmente visibili… ma volete mettere la soddisfazione di andarli a cercare, e spesso trovare, così a occhio, senza coordinate, cerchi, motori, cercatori e via discorrendo? Furono mesi, anzi anni, di notti insonni passate attaccato al mio strumento, guardando e riguardando tutto quel ben di Dio.

Finché non una notte, ma un giorno, mi venne la balzana idea di provare a proiettare il disco solare su un pezzo di cartoncino bianco incollato su un muro dietro il binocolo. Era il 1989, e in quell’anno il Sole si stava preparando a vivere uno di quei suoi periodi di stella scalmanata che noi chiamiamo “massimi di attività”. Vedere su quel cartoncino quel doppio disco luminoso (doppio visto che non avevo tappato uno dei due obiettivi del binocolo) tutto trapuntato di macchioline scure più o meno grandi fu probabilmente quello che svegliò il germe che dormiva da tanto tempo, da quel giorno di tanti anni prima, quando il bambino aveva visto quel disegno sul libro con la palla arancione al centro.

E così esplose quella che si chiama Sindrome del Sole, detta anche Febbre G2 dal tipo spettrale della stella (mi piacerebbe chiamarla febbre gialla, ma quella è una brutta malattia che esiste davvero ed è meglio non prendersela, visto che è potenzialmente fatale). Il sintomo principale di questa malattia è quello di non poter fare a meno di guardare il Sole per vedere cosa c’è su, di continuare a pensare se ci saranno o no le macchie, se stia combinando qualche accidente di esplosione da qualche parte i cui effetti, dopo qualche giorno, potrebbero arrivare qui da noi e darci qualche fastidio o semplicemente, per quei fortunati che vivono alle giuste latitudini, darci modo di osservare splendide aurore, effimere illusioni dell’arrivo di un’alba che non c’è.

Il contagio era serio: dopo un po’ non mi bastò più proiettare il disco solare sul cartoncino. Volevo vederlo, vederlo davvero. Un discreto numero di pezzi di pellicola fotografica esposta, un bel po’ di nastro adesivo, ed eccolo qua, il filtro solare autocostruito a costo zero. Una volta appiccicato il rudimentale aggeggio in qualche modo a uno dei due oculari del binocolo, stavolta dopo aver tappato l’altro, la visione fu indimenticabile: un disco solare di un colore indescrivibile, tra il blu e il viola, e soprattutto loro, le macchie, belle visibili e osservabili in tutta calma e tranquillità. Nessun problema agli occhi, né sensazioni di accecamento, di calore, niente. Ero felicissimo.
Poco più di 20 anni dopo, un chirurgo oftalmico avrebbe rimosso una bella cataratta nucleare dal mio occhio destro, mettendo una splendida protesi al posto del mio cristallino ormai ridotto a una massa grigiastra. Il medico mi avrebbe detto poi che la cataratta era probabilmente congenita, ma che l’aver osservato il Sole per tanto tempo, in quel modo praticamente suicida, aveva convogliato tanta di quella radiazione nell’occhio, anche se io ovviamente non me ne accorgevo, al punto tale che non si sentiva di escludere del tutto che la comparsa, più o meno a 40 anni, di un disturbo che di solito affligge le persone in età senile fosse proprio dovuto a quello: esistono infatti le cosiddette cataratte da calore, prodotte dall’accumulo di radiazione nell’occhio.
Ed ecco che possiamo cominciare a trarre qualche morale dalla storia (per fortuna non sulla mia pelle, perché, se quello che supponeva il medico era vero, mi sento un miracolato a essermela cavata con così poco, in fondo): il Sole va guardato con intelligenza e nei giusti modi, senza ricorrere a strani marchingegni fai-da-te, tipo vetri affumicati, bacinelle con il fondo scuro, pellicole come avevo fatto io eccetera. Il Sole può diventare un vero e proprio killer della vista. Per questo non va mai guardato direttamente senza proteggere adeguatamente gli occhi, o con strumenti ottici come i telescopi, senza utilizzare i giusti mezzi.
Per l’osservazione “a occhio libero”, voglio dire senza strumenti, per esempio in caso di eclissi o semplicemente per vedere il sorprendente spettacolo della fotosfera rotonda e arancione, come una moneta di rame splendente, il miglior supporto sono i cosiddetti “occhialini da eclisse”. Si tratta di pezzetti di un materiale chiamato Mylar, che ha una capacità estrema di assorbire calore e radiazione solari, non solo nel visibile ma anche in altre parti dello spettro, come l’infrarosso e l’ultravioletto, che scaldano e “cuociono” gli occhi senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Certo, questi occhialini non sono l’ultimo grido in fatto di estetica: ben lontane dall’assomigliare a quelle di D&G o dei Ray-Ban, le loro semplici montature sono in cartone, di sicuro poco eleganti, ma di bassissimo costo e facile reperibilità presso qualunque negozio di ottica o di strumenti astronomici.
Quelli di cui invece si deve diffidare sono i cosiddetti “filtri solari”, di solito forniti in dotazione assieme ai telescopi di fascia medio-bassa: piccoli pezzi di vetro scuro avvitabili direttamente sugli oculari. Il rischio di questi aggeggi è enorme: se esposti troppo a lungo al calore, per esempio se uno vuole divertirsi a osservare e magari conteggiare tante macchie solari, possono anche spaccarsi di colpo. Se questo succede, il malcapitato osservatore rischia di non fare nemmeno in tempo ad allontanare l’occhio dall’oculare prima di averne ricevuto quanto meno una bella ustione corneale (curabile e guaribile, sì, ma con tempo e dolore), sperando che il danno non sia alla retina, nel qual caso le macchie si trasferiscono per sempre dal Sole all’interno dell’occhio della vittima. Qualcuno consiglia di rompere e buttar via questi cosi prima ancora che venga la tentazione di usarli. Concordo in pieno.
Diverso è il discorso dei filtri da montare davanti all’obiettivo dei telescopi, quindi all‘“ingresso” della luce nello strumento, di solito fatti con un doppio strato di Mylar metallizzato a specchio da entrambi i lati. Questi filtri, detti “a tutta apertura” proprio perché devono rispettare le dimensioni di apertura dello strumento, sono assolutamente sicuri ma hanno il difetto del costo (non sono carissimi ma nemmeno del tutto a buon mercato), sono delicatissimi e vanno sostituiti dopo un po’, specialmente se usati spesso e se subiscono qualche piccolo colpo o si rovinano e si graffiano anche solo leggermente in superficie. Inoltre vanno puliti usando un detergente specifico (alcool isopropilico), con molta cura e delicatezza, pena il rischio di rovinarli irrimediabilmente.
Il metodo più sicuro per osservare il Sole rimane comunque quello della proiezione diretta dell’oculare. Certo per catturare dettagli fini, come piccole macchie, facole in fotosfera o i cosiddetti pori (opacità della fotosfera di dimensioni al limite delle macchie più piccole e di morfologia meno strutturata), ci vogliono strumenti di lunga focale, possibilmente collocati in un ambiente oscurato. Se questo non è disponibile, è indispensabile “fare ombra” dietro allo strumento, altrimenti non si vede un accidente, nemmeno il Sole, e si perde tutto nella luce diffusa.
Anche qui non mancano i rischi, fortunatamente non per gli occhi questa volta, ma per gli oculari. La maggior parte di quelli in commercio (parlo di quelli di prezzo accessibile alle tasche della maggior parte di noi) hanno parti in plastica al proprio interno, che si sciolgono come la neve se lasciati sotto l’azione del Sole, specialmente per tempi lunghi o anche per poco, magari in tarda primavera, estate o inizio autunno, quando il soleggiamento è di solito intenso. Per ovviare a questi inconvenienti (pericolosi per il portafogli dell’osservatore solare medio) o si fanno le osservazioni alle 7h30 del mattino, sempre se non ci sono le nuvole che poi se ne vanno puntualmente solo verso mezzogiorno, o si deve diaframmare opportunamente l’obiettivo dello strumento. Per esperienza personale (ho fuso diversi oculari, e le conseguenze economiche sono sempre state poco piacevoli) un riflettore da 114/900 di tipo Newton va diaframmato almeno a 50 mm, un rifrattore da 90/1000 almeno a 60 (meglio se a 40), un catadiottrico Maksutov-Cassegrain da 150/1800 a 40 mm. Così gli oculari dovrebbero salvarsi. Certo la definizione dell’immagine in proiezione si abbassa di pari passo con la chiusura dell’obiettivo. Si deve scegliere quindi se privilegiare l’osservazione dettagliata delle macchie o salvare l’oculare e il portafogli. Purtroppo ormai sono quasi irreperibili, sempre nella fascia di prezzi accessibile, gli oculari cosiddetti “non cementati”, come gli Huygens, che non danno questi problemi.

Ma torniamo un attimo alla Sindrome del Sole. La maggior parte della gente viene attratta da altri oggetti celesti, come i pianeti, la Luna, le galassie, le nebulose, gli ammassi… Se sanno che uno è appassionato di queste cose spesso gli fanno domande, anche complicate, come è giusto che sia, aspettandosi delle risposte possibilmente sensate. Il “malato del Sole” attacca la risposta (e se non la sa si inventa qualcosa di plausibile), ma prima o poi riesce a dirottare il discorso su quello che interessa a lui, non a chi ha posto la domanda. Ad esempio, non è difficile, per un vero malato, spostare l’attenzione dell’interlocutore da Giove al Sole: basta far notare che il primo non è diventato una stella e l’altro sì per una banale questione di massa iniziale. Una volta arrivato al Sole, il malato non si ferma più: parte a discorrere di fotosfera, temperatura, protuberanze, flare, nucleo, rotazione differenziale, tacochline, campi magnetici, emissioni coronali, vento solare, tempeste magnetiche… Ecco perché il malato di Sole è essenzialmente un personaggio schivo e solitario, abituato a stare per i fatti suoi, in compagnia solo della sua stella preferita. Perché la gente normale di fronte a lui (e a tutte le questioni che tira in ballo) gira i tacchi e se ne va dicendo: “Io ti avevo fatto un’altra domanda, ma chi te le ha chieste tutte ‘ste cose?”. A meno che non si incontri un altro malato grave, questo è quello che succede normalmente.
Insomma, il Sole è cosa per pochi. La maggior parte della gente non si interessa a lui, anche se appassionata di cose del cielo. Di solito interessa di più (e lo capisco benissimo) quello che si vede di notte, cioè tanto, per non dire tutto, piuttosto che quell’unica cosa che si può vedere di giorno, oltre tutto a rischio della vista se non si ricorre a un sacco di diavolerie complicate. Il malato di Sole sa invece che è proprio tutto il contrario: è vero che di notte si vedono tante cose, ma sono quasi sempre uguali tutte le volte che si guardano, fatta eccezione magari per le stelle variabili, che però non sono proprio la cosa più semplice da osservare, mentre il Sole non è mai lo stesso, ogni giorno può apparire molto diverso dalla volta precedente, e spesso anche più volte nel corso della stessa giornata.
La Sindrome del Sole è un po’ come la malaria o la brucellosi (febbre maltese) prima dell’avvento di chinino, sulfamidici e antibiotici. Quando te la prendi non guarisci più. Però va a cicli proprio come le febbri tropicali e le macchie solari, e anch’io non sono sfuggito a questi sintomi: la malattia si è assopita per un po’ di anni, poi da qualche tempo è riesplosa in tutta la sua forza, al punto da portarmi a trascinarla addirittura dentro il mio lavoro, nella vita di tutti i giorni. Da quasi un anno e mezzo nella scuola dove lavoro, l’Istituto Statale di Istruzione Superiore di Bisuschio, in provincia di Varese, ha preso il via un progetto di osservazione del Sole piuttosto articolato, che non solo mi permette di curare i sintomi del male osservando il Sole tutti i giorni che Dio manda sulla Terra (perlomeno quelli senza nuvole), ma, contrariamente alla caratteristica solitaria di cui si parlava prima, molto spesso in buona compagnia: quella degli studenti e delle studentesse che dedicano il loro tempo al Sole, devo dire con ottimi risultati per loro e grande soddisfazione per me. Chissà che qualcuno o qualcuna di loro non sia già stato contagiato dalla Sindrome…

La ricaduta della malattia mi ha fatto mettere mano anche al salvadanaio: mi sono comprato un Maksutov-Cassegrain da 150/1800 identico a quello che usiamo a scuola, così posso alternare le osservazioni anche a casa, con tanto di filtri in Mylar a tutta apertura che ovviamente non potevano mancare. Lavorando in osservazione diretta con il filtro con un oculare da 17 o da 10 mm oppure in proiezione (così non fonde niente) con un oculare Zeiss da 40 senza parti in plastica, è possibile arrivare a vedere anche le macchie più piccole, associate a regioni attive di pochi mesv (un mesv, milionesimo di emisfero solare visibile, è un’unità di misura di superficie usata in fisica solare e corrisponde a circa 3 milioni di chilometri quadrati). Poi, visto che il Sole non finisce con la fotosfera, non poteva mancare un telescopio H-alfa per l’osservazione delle protuberanze in cromosfera. E così è arrivato in casa (anche se di fatto risiede a scuola a disposizione dei miei ragazzi, oltre che mia) il Coronado PST 40/400, piccolo telescopio dalle grandi prestazioni, con il quale si osservano (e si fotografano, anche se con qualche difficoltà) anche le più piccole protuberanze, con grandissima soddisfazione e relativo abbassamento della Febbre G2. Tutto questo mi permette di curare la Sindrome dando un’occhiata alla stella tutti i giorni quando è possibile, registrando dati e facendo un disegnino della fotosfera e delle protuberanze in cromosfera. La gravità della malattia mi ha portato anche a costruire e tenere aggiornato quotidianamente il sito SolarSpots, nel quale si possono trovare informazioni, news, link, materiali didattici, disegni e fotografie.
Il prossimo passo (il male si aggrava col tempo) sarà l’acquisto di un altro Coronado, quello chiamato CaK, per l’osservazione del Sole nelle cosiddette righe K del Calcio ionizzato in cromosfera. Il fatto è che queste frequenze sono tanto viola da essere praticamente ultraviolette (sono intorno ai 3.800 Angstrom), quindi questo non è un telescopio pensato per guardarci dentro (come quello con il filtro H-alfa), perché non si vede praticamente niente, ma è necessario una CCD, o al limite una buona webcam astronomica interfacciata con un computer, per poter osservare dei buoni calciogrammi. Se qualcuno è interessato, il prezzo di questi telescopi solari si aggira intorno ai 750 euro, ma si deve mettere in conto anche l’acquisto di un buon cavalletto di tipo fotografico sul quale montarli, che abbia una testa basculante per ammortizzare le vibrazioni. Un cavalletto del genere costa intorno ai 220-250 euro. In alternativa è possibile usarli (alla stregua di guide fuori asse) su telescopi che dispongano di un attacco di tipo fotografico, in parallelo all’ottica principale: per esempio il rifrattore Konusmotor 90/1000 offre questa possibilità. Il vantaggio in questo caso è che si potrebbe disporre dell’eventuale motorizzazione del telescopio, cosa ovviamente non disponibile con l’utilizzo del semplice cavalletto fotografico.
Per concludere, la malattia, una volta presa, si cura con l’assunzione regolare, giornaliera, di un farmaco dispensato gratuitamente senza ticket sanitari: l’osservazione del Sole. Io penso di essere molto fortunato soprattutto perché lo posso fare sia per hobby sia per lavoro (che è una gran bella cosa e non capita a tutti). Per questo credo di dover ringraziare quelli che ormai sento come dei veri amici, cioè coloro che lavorano alla Specola Solare Ticinese di Locarno Monti e che, oltre ad assicurare supporto e assistenza preziosissima a me e ai ragazzi nell’ambito della nostra attività astronomica solare scolastica, ad averci prestato l’oculare da 40 mm per le osservazioni in proiezione e ad averci insegnato tante cose, mi hanno permesso di lavorare al loro fianco la scorsa estate e di utilizzare il rifrattore da 150 mm della Specola. Anche se in quei giorni l’amico Sole non si è degnato di mostrare nemmeno una macchia per oltre un mese, aver potuto utilizzare un vero telescopio solare e, soprattutto, aver potuto lavorare a stretto contatto con persone di grandissima esperienza e capacità in questo settore è stata senza dubbio un’esperienza che non dimenticherò mai.
Coadiuvanti nella terapia sono i numerosi siti Internet che permettono di monitorare l’attività del Sole attraverso dati e immagini provenienti (a volte in tempo reale) da Osservatori terrestri o spaziali in orbita intorno al Sole. Consultarli parallelamente all’osservazione diretta con i telescopi porta a una notevole attenuazione dei sintomi. Non voglio far torto a nessuno riportandone qui alcuni e magari dimenticandone altri. Rivolgetevi al vostro farmacista di fiducia, cioè al vostro motore di ricerca preferito, che saprà consigliarvi in merito ai loro indirizzi e al loro utilizzo.
Cortesia immagini: SOHO/ESA/NASA