di Marco Cagnotti

Due giorni fa Geoffrey Burbidge è morto, all’età di 84 anni. Il suo nome resterà inestricabilmente legato a quelli della moglie, Margaret, di William Fowler e di Fred Hoyle, nella ben nota espressione B2FH, riferita all’articolo che scrissero insieme nel 1957 e che dimostrò la nucleosintesi stellare.
“E’ stato senza dubbio uno degli articoli più importanti di tutti i tempi per l’astrofisica”, ha dichiarato Mark Thiemens, decano della Divisione di Scienze Fisiche dell’Università della California a San Diego, dove Burbidge lavorava. “L’ho letto molte volte. E Geoff era uno più grandi astrofisici degli ultimi 50 anni”, ha aggiunto.
Ma non di sola nucleosintesi visse quest’astrofisico, britannico di origine ma da lungo tempo trapiantato negli Stati Uniti. Ha studiato le radiogalassie. Ha aiutato a far luce sulla natura dei quasar e dei nuclei galattici attivi. Ha valutato le masse delle galassie basandosi sulle misure della loro velocità di rotazione.
Tutte ricerche importanti, messe però in ombra dalla sua fissazione. Perché Burbidge era un eretico, come il suo amico e compatriota Hoyle: entrambi non hanno mai digerito la teoria del Big Bang. Burbidge propugnava infatti un modello quasi-stazionario, nel quale i quasar non sarebbero nient’altro che materia espulsa dai nuclei delle galassie attive in un universo ciclico e oscillante. E, in barba al loro redshift, i quasar sarebbero molto vicini a noi, non a distanze cosmologiche.
Aveva torto? Secondo la maggior parte dei cosmologi sì. Il paradigma dominante è quello del Big Bang, ormai. Però queste voci controcorrente sono sempre preziose, perché impediscono alla maggioranza di accomodarsi sulle teorie più trendy, talvolta in maniera un po’ acritica. Della voce di Burbidge si sentirà la mancanza.