Stukhtra
Sappiamo poco, ma lo sappiamo meglio

di Marco Cagnotti

Che cosa contiene davvero il cosmo? Pretendiamo di studiarne le leggi, ma di fatto nemmeno sappiamo che cosa c’è dentro. Sappiamo però quanto ce n’è. Almeno questo, infatti, possiamo ricavarlo dalle nostre osservazioni. E dati sempre più precisi emergono dalla letteratura scientifica. Di recente un team di ricercatori al lavoro sulle misure raccolte dal Wilkinson Microwave Anisotropy Probe (WMAP) negli ultimi sette anni, unendole con quelle di due strumenti in Antartide, ha depositato ben sei articoli su arXiv (1, 2, 3, 4, 5, 6). Risultato: ora non ne sappiamo molto di più, ma lo sappiamo meglio.

WMAP è un Osservatorio spaziale progettato per studiare con elevatissima precisione la radiazione cosmica di fondo, ossia quella liberata nell’universo 380 mila anni dopo il Big Bang. Da quando è diventato operativo, nel 2001, ha mappato tutto il cielo migliorando il risultato già ottenuto dal suo predecessore COBE. Ora questi studi tirano le somme.

Tanto per cominciare, adesso possediamo una stima più precisa dell’età dell’universo: 13 miliardi e 750 milioni di anni (con un errore di 110 milioni in più o in meno).

Sappiamo poi che l’energia oscura è il 72,8 per cento del totale e la materia oscura il 22,7. Peccato che ancora non conosciamo nulla sulla natura dell’una e dell’altra. Mentre sulla materia oscura almeno qualche abbozzo di ipotesi è stato proposto basandosi sulla fisica delle particelle, per l’energia oscura si brancola (è proprio il caso di dirlo) nel buio più totale. Infine la materia visibile, che conosciamo benissimo perché forma le galassie, le stelle, i pianeti, le persone, le vongole e Ignazio la Russa (purtroppo), rappresenta il 4,56 per cento.

Dalle misure di WMAP si è ricavata anche l’abbondanza di elio nell’universo primordiale. Ora come ora, quest’elemento, che è il più leggero dopo l’idrogeno, rappresenta il 25 per cento della materia visibile. Dentro c’è l’elio formatosi subito dopo il Big Bang ma anche quello prodotto dalle reazioni di fusione termonucleare nelle stelle. Ebbene, proprio aver determinato la quantità del primo consentirà di comprendere qual è quello corretto fra i diversi modelli teorici proposti per l’espansione primordiale. Modelli legati, fra l’altro, a sofisticate teorie sull’esistenza di dimensioni extra e di particelle elementari ancora non rivelate in laboratorio.

Insomma, guardi su, misuri una cosa e scopri che ti torna utile per capirne una che era poco chiara guardando giù. E poi qualche newageano ha ancora la faccia di bronzo di spacciare per pensate brillanti gli esoterici legami fra macrocosmo e microcosmo.

Cortesia immagine: NASA, WMAP Science Team