di Marco Cagnotti
Che cosa contiene davvero il cosmo? Pretendiamo di studiarne le leggi, ma di fatto nemmeno sappiamo che cosa c’è dentro. Sappiamo però quanto ce n’è. Almeno questo, infatti, possiamo ricavarlo dalle nostre osservazioni. E dati sempre più precisi emergono dalla letteratura scientifica. Di recente un team di ricercatori al lavoro sulle misure raccolte dal Wilkinson Microwave Anisotropy Probe (WMAP) negli ultimi sette anni, unendole con quelle di due strumenti in Antartide, ha depositato ben sei articoli su arXiv (1, 2, 3, 4, 5, 6). Risultato: ora non ne sappiamo molto di più, ma lo sappiamo meglio.
Quando la pressione gravitazionale è enorme, la forza elettromagnetica non regge più, la materia crolla su se stessa e degenera in una palla compattissima, una stella di neutroni. Che fino a poco tempo fa sembrava l’oggetto più esotico prima degli ancora più compatti buchi neri. Più di recente, s’è cominciato a parlare delle stelle di quark.

Ora De-Chang Dai, della State University di New York a Buffalo, e i suoi collaboratori in un articolo comparso su arXiv ci vengono a raccontare delle stelle elettrodeboli. La loro densità è pari a quella dell’universo un decimiliardesimo di secondo dopo il Big Bang. Ecco perché il nome: proprio in quel momento e in quelle condizioni la forza elettromagnetica e la forza nucleare debole sono unite. Sicché… puf! I quark diventano neutrini, si libera energia e la stella va avanti ancora per un po’. Diciamo circa 10 milioni di anni. E poi…
…poi niente. Alla fine tutto crolla su sé stesso e si forma il sospirato buco nero. Fine della storia. Ma per quei 10 milioni di anni la materia si è trovata nella forma più simile a quella primordiale, poco dopo il Big Bang. Lontano dai nostri paraggi, per fortuna.
Cortesia immagini: Penn State