Stukhtra
Il buco nero invertito

di Marco Cagnotti

I buchi neri, si sa, ruotano su stessi. E ruota anche la materia che, nei dischi di accrescimento, ruota loro attorno. Il buon senso vorrebbe che la rotazione avvenisse nello stesso verso. Ma in fisica spesso il buon senso è fallace. Sicché sono pure stati ipotizzati buchi neri in controrotazione rispetto al gas circostante raccolto in un disco di accrescimento. Un’ipotesi che adesso sembra potenzialmente esplicativa di un altro bizzarro fenomeno.

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Il più lontano buco nero di taglia stellare

di Marco Cagnotti

“Ci parli dei buchi neri?”: la domanda è ricorrente nei corsi e nelle conferenze di astronomia. Questi corpi esotici sembrano colpire l’immaginario del pubblico. Subito la fantasia svolazza verso immagini di porte affacciate su universi paralleli. La realtà è un po’ più prosaica, sicché bisogna interrompere i voli pindarici e tornare ai fatti. Che sono piuttosto semplici. I buchi neri si dividono in due categorie: quelli enormi, da milioni di masse solari, che allignano nei nuclei delle galassie, e quelli più modesti, di taglia stellare. Ed ecco la notizia: di questi ultimi è stato scoperto l’esemplare più distante da noi. Il soggetto si trova a 6 milioni di anni-luce, nella galassia NGC 300, ed è il primo trovato al di fuori del Gruppo Locale al quale appartiene la nostra galassia.

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Buchi neri danzanti

di Marco Cagnotti

L’abbraccio che li tiene uniti è prodotto dalla gravità. E sono coppie ben assortite: buchi neri di milioni di masse solari ciascuno. Al congresso dell’American Astronomical Society a Washington, DC, nei giorni scorsi Julie Comerford, dell’Università della California a Berkeley, ha annunciato la scoperta di ben 33 di queste coppie danzanti, mosse da una coreografia scritta da Einstein in persona.

Per scovarli gli scienziati hanno setacciato le 50 mila galassie della DEEP2 Galaxy Redshift Survey effettuata con il Deep Imaging Multi-Object Spectrograph (DEIMOS) dell’Osservatorio Keck alle Hawaii. Così sono saltate fuori 32 coppie, in galassie a distanze fra 4 e 7 miliardi di anni-luce da noi, confrontando lo spostamento verso il rosso, per Effetto Doppler, della materia intorno al buco nero in allontanamento da noi e quello verso il blu della materia intorno al compagno in avvicinamento. I 32 buchi neri ballerini si trovano in media a 3.000 anni-luce uno dall’altro. La 33.esima invece è una galassia peculiare in un’immagine raccolta dall’Hubble Space Telescope, nella quale compare una coda mareale di stelle, polveri e gas. Non solo: c’è pure un doppio Nucleo Galattico Attivo. E’ chiaro: quella galassia, la COSMOS J100043.15+020637.2 a 4 miliardi di anni-luce da noi, è il frutto di una fusione recente fra due galassie. E tutto fa pensare che i buchi neri giganti delle due progenitrici siano ancora lì, a piroettare per effetto della gravità, separati da 8.000 anni-luce.

La scoperta è importante perché conferma l’ipotesi secondo la quale nei nuclei delle galassie i buchi neri giganti ci sono davvero e nelle fusioni si legano gravitazionalmente. Naturalmente il valzer non può durare in eterno: nel giro di alcuni milioni di anni anche i buchi neri si fondono. Possedere però un ricco campione statistico di situazioni intermedie, coi buchi neri danzanti e non ancora fusi, consente di stimare la frequenza con la quale le galassie si scontrano. Non bastasse questo, possiamo anche farci un’idea del destino della nostra galassia, la Via Lattea, in rotta di collisione con la Galassia di Andromeda. Ma c’è tempo: almeno 3 miliardi di anni.

Cortesia immagini: HST

Raggi cosmici e buchi neri baby

di Marco Cagnotti

Se non è una botta di fortuna questa… Una sorgente (in teoria) rarissima pizzicata a poca distanza dal Sole. Una sorgente esotica, capace di spiegare i raggi cosmici ad altissima energia. Non bastasse, una sorgente adatta a giustificare l’esistenza dei buchi neri baby. Che cosa vuoi di più?

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Baby black holes are puny compared with their humongous cousins at the centres of galaxies, but their birth may spew out the universe’s mightiest particles.

Read More (New Scientist)